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martedì 20 settembre 2011

Ab ovo.

Ab ovo è una frase latina che letteralmente significa"dall'uovo", e quindi "da molto lontano", "dalle più remote origini".
La frase nacque in riferimento ai pranzi degli antichi romani, che appunto iniziavano con le uova e terminavano con la frutta. 
L’espressione si ritrova anche nelle satire di Orazio, che parlando del sardo Tigellio incline a  gorgheggiare,senza che vi fosse modo di farlo tacere, recita:
  ab ovo usque ad mala( dall’uovo fino alle mele, cioè dall’antipasto alla frutta)
Sempre nell’ars poetica troviamo il consiglio di non prendere il discorso troppo alla lontana, ma di entrare subito in argomento, senza cominciare ab ovo.
L'uovo in questione è quello generato da Leda dopo essere stata resa incinta da Giove sotto forma di cigno, dal quale nacquero da un lato i figli di Tindaro Castore e Polluce, e dall'altro Elena e Clitennestra.

mercoledì 14 settembre 2011

Turris Eburnea

Non vi è migliore espressione di Turris Eburnea che trae la sua orgine dal Cantico dei Cantici di cui sono protagonisti una donnaSulamita) e il suo amato. Nel Cantico dei Cantic,  un libro della Bibbia e dunque ispirato da Dio  si parla della meraviglia dell’amore, anche quello profano, quello fisico.
Significativi sono i versi "Collum tuum sicut turris eburnea (il tuo collo è come ua torre d'avorio) a cui forse  si è ispirato Modigliani con i suoi famosi colli.
Torre d'avorio è anche uno degli attributi dati alla Madonna nelle liturgie lauretane.
Insomma è un'espessione di incomparabile e fulgida bellezza.
Eppure nell'uso corrente talora sta a denotare un isolamento volontario e qualche volta  sdegnoso in cui in cui si rinchiudono esponenti della scienza, della cultura e dell'arte incapaci di interagire in modo semplice con coloro che non sono "scienziati".

domenica 31 luglio 2011

Deus ex machina

Si parla spesso di Deus ex machina
Qual è l’origine di questo modo di dire? Risale alla tragedia greca in cui situazioni ingarbugliate ed intrecciate venivano sciolte alla fine  dall’improvviso apparire di un nume (deus) calato in scena mediante un congegno meccanico (machina).
Ogni cosa veniva così risolta a lieto fine.
Oggi certo questo artificio teatrale impiegato moltissimo da Euripide(vedi riquadro) non si usa più; è rimasta tuttavia la locuzione per indicare una persona che riesce dove gli altri hanno fallito, oppure un’azione che sblocca una situazione difficile.
E’ spesso usato in termini negativi per indicare persone che comandano su tutto ed utilizzare gli altri come autentiche marionette.

sabato 16 luglio 2011

Cupio dissolvi

Alla lettera: desidero essere dissolto,disfatto, morire.
E’ una frase tragica detta da coloro  che, vinti dalla vita, incapaci di sopportare la sconfitta e di tentare una rivincita sono presi da grande sconforto il cui epilogo è soltanto l’annientamento. Preso come senso di liberazione-
Per i mistici è un’altra cosa perché rappresenta invece una vera ascesi, un lasciarsi trasportare in Dio, annientando sé stessi.
Il concetto lo si trova nella lettera di San Paolo ai Filippesi quando dice:Sono messo alle strette fra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assi meglio, d’altra parte è più necessario per voi che io rimanga nella carne.
Alla lettera: desidero essere dissolto,disfatto, morire.
E’ una frase tragica detta da coloro  che, vinti dalla vita, incapaci di sopportare la sconfitta e di tentare una rivincita sono presi da grande sconforto il cui epilogo è soltanto l’annientamento preso come senso di liberazione.
Questo è il significato prevalente, anche se l'origine della frase è data dalla Vulgata cristiana
Per i mistici infatti Cupio dissolvi  è  proprio un’altra cosa perché rappresenta invece una vera ascesi, un lasciarsi trasportare in Dio, annientando sé stessi.
Il concetto lo si trova nella lettera di San Paolo ai Filippesi quando dice:Sono messo alle strette fra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assi meglio, d’altra parte è più necessario per voi che io rimanga nella carne.


lunedì 11 luglio 2011

Voli pindarici

Il volo pindarico è un modo di dire ricorrente nel linguaggio quotidiano.
Trae spunto dalla letteratura grca ed in particolare da Pinfaro il grande cantore grco nativo di Cinocefale, presso Tebe, nel 518 a.C., da una nobile ed agiata famiglia originaria della Beozia
Autore di importanti carmi epici, viaggiò a lungo e visse e scrisse per sovrani e famiglie importanti. Cantò, come negli Epinici  i modelli di un ideale umano in cui si coniugavano bellezza e bontà, prestanza fisica e sviluppo intellettuale.
Cosa sono  insomma i voli pindarici? Null’altro che arditi passaggi, da un’idea che si va sviluppando ad un’altra completamente estranea al filo logico fino allora seguito.
E’ difficile  da spiegare, ma se ne può avere un’idea  rileggendo i Sepolcri di Foscolo: là dove il poeta celebra le tombe dei grandi in Santa Croce a Firenze, e subito dopo, da un verso all’altro, “vola” altrove evocando la battaglia fra Greci e Persiani a Maratona.
Questo è, appunto, un “volo pindarico”, il passaggio originale e ardito da un argomento all’altro, pur nel contesto di una struttura  unitaria. Può assumere un duplice senso negativo cioè divagare e "saltare da un argomento ad un altro senza logica,ma anche, positivo e cioè saltare sì, da un argomento ad un altro, però, mostrando fini capacità digressive nonché competenze, mantenendo un filo conduttore nel discorso.

giovedì 2 giugno 2011

Bacucco o anche Zuccone

Se qualcuno viene apostrofato come bacucco, non ha certamente un complimento perché il bacucco è un vecchio non più in forma, ma suonato.
L’etimologia eppure è importante; infatti bacucco non è altro che Abacuc  un cosiddetto  profeta minore della Bibbia, che scrisse un libro (libro di Abacuc) in cui sono affrontati vari temi,trattando della giustizia divina e della fedeltà dell’alleanza che conduce alla salvezza ed alla teofania.
Per completezza di informazioni  i profeti sono  figure tipicamente religiosei, ispirate da Dio che parlano in suo nome, annunciandone la volontà e talvolta predicendo il futuro.
Il riferimento più comune è ai profeti ebraici e cristiani dell'Antico Testamento, ma quando si parla del "Profeta" senza ulteriori specificazioni si intende indicare Maometto, l'ultimo dei profeti secondo l’Islam.
I profeti maggiori della Bibbia sono Isaia,Geremia ed Ezechiele, mentre i profeti minori sono Osea,Gioele,Amos,Abdia;Giona, Michea,Naum,Abacuc,Sofonia.
Abacuc nella tradizione popolare è lo zuccone  che è stato immortalato in una mirabile statua di Donatello, in marmo bianco conservata nel Museo dell’Opera del Duomo di Firenze.

mercoledì 4 maggio 2011

Quod scripsi scripsi


Nel vangelo di Giovanni (raffigurato da Bosch nel riquadro) si narra che Pilato, dopo aver fatto crocifiggere Gesù, fece apporre alla croce, come motivazione della condanna, una tavoletta con la scritta "Gesù Nazareno, re dei giudei" in ebraico, latino e greco, realizzando involontariamente una profezia messianica. I sommi sacerdoti gli dissero: "Non scrivere 'Il re dei giudei', ma che costui ha detto: 'Io sono il re dei giudei'". Pilato sbrigativamente rispose: "Quod scripsi, scripsi", facendo loro capire con tale risposta che non intendeva ritornare sulla decisione presa.
Fu in sostanza un atto d’orgoglio e di decisionismo da parte di Pilato che si er distinto nel corso del processo a Gesù per la sua remissività nei confronti degli Ebrei.

La locuzione latina tradotta come  ciò che ho scritto, ho scritto  è molto usata in italiano ed anche  nelle altre lingue  per dire che la decisone presa è irrevocabile e non suscettibile di modifiche.
Un'altra citazione analoga, ma che presenta tuttavia sfumature diverse può essere quel che è fatto è fatto.

domenica 24 aprile 2011

SPQR



E’ controversa la versione ufficiale dell’acronimo.
La prima è:
S.P.Q.R.: Senatus PopulusQue Romanus.
Letteralmente: il senato ed il popolo romano ("-que" è congiunzione con il significato di "e"). 

La seconda versione è:
S.P.Q.R.: Senatus Populus Quiritium Romanus
Letteralmente: il senato e (tutto) il popolo romano dei Quiriti.
In senso figurato si fa riferimento a  tutto l'insieme del popolo romano, sia nei rapporti politici e militari, i romani, che in quelli civili, i quirites, nel significato di cittadini. Il Quirite è infatti il cittadino dell'antica Roma.

L’acronimo è sato oggetto di molteplici interpretazioni nei secoli successivi fin dal Medioevo e tra queste

Sapiens Populus Quaerit Romam: "Un popolo saggio ama Roma".
Sanctus Petrus Quiescit Romae: "San Pietro riposa a Roma".

Per il Belli, noto anticlericale  in un sonetto SPQR diventa Solo Preti Qui Regneno
L’iscrizione esalta comunque il Senato che ha il compito di scrivere le leggi.
Quando si parla del Senato, si pensa giustamente ad un consesso di persone mature ed equilibrate a cui giustamente è affidata la res publica.
E’ ancora cosi oggi?

venerdì 15 aprile 2011

Cavoli a merenda!


Il cavolo appartenente alla famiglia delle Brassicaceae o Cruciferae è noto per il suo sapore, per le sue proprietà chimiche, ma anche per il suo odore.
Qui tuttavia non ci soffermiamo sul cavolo in termini botanici, quanto piuttosto sulla locuzione celebre “ cavoli a merenda”
Si dice perché il cavolo è di laboriosa digestione e poco gradevole quando riscaldato e per queste ragioni, ed essendo la merenda uno spuntino leggero di cose non cucinate lì per lì, il cavolo, appunto, c’entra come i cavoli a merenda
Sempre in tema di etimologia, vale la pena soffermarsi sulla parola merenda cheè una piccola colazione che si fa, generalmente, nel pomeriggio, tra il pranzo e la cena.
Ebbene merenda viene dal latino merere cioè meritare e propriamente "cose da meritarsi per cibo"
Da qui a merenda ,gradita soprattutto ai bambini, il passaggio è facile
Tornando a cavolo, si possono citare altre espressioni non proprio garbate come "farsi i cavoli propri" e come "capre e cavoli"modo di dire con cui si intende salvaguardare con una decisione gli interessi di due soggetti.


mercoledì 13 aprile 2011

L'uovo di Colombo

Nel linguaggio corrente si usa spesso dire: hai scoperto l’uovo di colombo, oppure hai scoperto l’acqua calda.
Sono tutti modi di dire utilizzati per indicare una soluzione insospettatamente semplice a un problema apparentemente impossibile.
Tale locuzione si chiama polirematica(dal greco πολι-, molti e ρημα, parola)  ed ha un significato non desumibile da quello delle parole che lo compongono, e che viene usata come un tutto unico, come a ufo, a iosa, capro espiatorio.
Nel caso dell’uovo di Colombo, si tratta di un aneddoto popolare, sicuramente falso, che ha per protagonista Cristoforo Colombo.
Al suo ritorno dall'America Colombo fu invitato a una cena in suo onore dal cardinale Mendoza. Qui alcuni gentiluomini spagnoli cercarono di sminuire la sua impresa dicendo che la scoperta del Nuovo mondo  non fosse stata poi un’impresa così difficile, e che chiunque avrebbe potuto riuscirci Colombo allora  sfidò i commensali a un'impresa altrettanto facile: far stare un uovo dritto sul tavolo.
Nessuno dei commensali vi riuscì e pregarono Colombo stesso di cimentarsi nell'impresa. Questi si limitò a praticare una lieve ammaccatura all'estremità dell'uovo, picchiandolo leggermente contro il tavolo dalla parte più larga, e l'uovo rimase dritto.
Ai commensali attoniti, Colombo disse: : «La differenza, signori miei, è che voi avreste potuto farlo, io invece l'ho fatto!».

mercoledì 30 marzo 2011

Il rito dello struscio a Napoli

Il periodo pasquale è un fermento di riti sacri e profani, celebrazioni liturgiche e sagre popolari.
Non vi è paese  dal più grande  a quello  più piccolo ed arroccato sulla montagna che non abbia una propria celebrazione nella settimana santa, basti pensare alle molteplici v vie crucis vero fulcro della tradizione pasquale.
 Cio accade non solo in Italia, ma anche a Malta ed in Spagna , soltanto per citarne alcuni. Molto caratteristica è a Napoli il rito del Giovedì Santo  nella settimana santa
In quel giorno i fedeli si recano  a visitare i sepolcri nelle chiese, che, secondo un’antica tradizione, devono essere almeno tre e sempre in numero dispari.
Questo rito viene comunemente indicato come il “giro dei sepolcri”A Napoli comunque si preferisce parlare di struscio
Questo modo dire sembra essere riconducibile ad un bando del Settecento quando a Napoli durante la Settimana Santa fu imposto il divieto di circolare con cavalIi e carri, divieto successivamente confinato alla sola via Toledo
I fedeli, che in gran numero osservavano il rito dei sepolcri, si trovavano quindi obbligati a percorrere a piedi  la principale arteria cittadina. Peril gran numero di persone, il passeggio era lento e si procedeva quindi strusciando (strisciando) i piedi lentamente sul selciato ed anche le stoffe ancora rigide dei vestiti nuovi indossati per l’occasione, strusciavano tra di loro producendo un suono sommesso.

venerdì 25 marzo 2011

Lavarsi le mani!

Il periodo pasquale è di solito intenso di emozione per i credenti e non credenti  perchè la Passione di Cristo è un fatto che dice molto ai cuori delle persone.
Stando ai Vangeli , la figura centrale è ovviamente Cristo intorno a cui si muovono altri personaggi importanti. Tra questi si distingue  Ponzio  Pilato,prefetto della Giudea in carica tra gli anni 26.36, del I secolo Egli svolse un ruolo centrale nella passione di Gesù e secondo quanto è testimoniato dai Vangeli fu giudice del processo di Gesù e ne ordinò la flagellazione.
Nel Vangelo di Matteo, Ponzio Pilato si lava le mani del caso e manda non convinto Gesù a morte. Infatti, è celebre l'episodio di Pilato che si lava le mani davanti alla folla dicendo: Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!.
Da questo gesto deriva il detto lavarsi le mani per indicare il comportamento  di una persona che non prende posizione e lascia che altri prendano una decisione.
E' purtroppo il lavarsi le mani un modo di fare frequente nella storia dell'umanità che molte volte si distingue per lasciare il cerino in mano ad un altro.

martedì 22 febbraio 2011

Tiremm innanz.

La frase "Tiremm innanz" è emblematica del pricipio, ahimè non sempre seguito di dire no a facili compromessi in cambio della rinunzia dei propri principi morali.Il celebre detto, utilizzato non sempre  in modo corretto affonda le radici nei moti risorgimentali che hanno preceduto l’Unità d’Italia.La frase per l’esattezza è stata pronunciata da Amatore Sciesa,  un popolano, di professione tappezziere che nel 1850 entrò in contatto con alcuni gruppi clandestini repubblicani che lottavano contro il dominio che l'Austria deteneva sul Lombardo Veneto. Si era ad appena due anni dalle cinque giornate e il governatore generale feldmaresciallo Radetzsky perseguiva una politica ferocemente repressiva, che non lasciava altro scampo ai lombardi che la sottomissione, la forca o l'esilio.
Amatore Sciesa fu fermato  perchè diffondeva manifesti rivoluzionari. Fu arrestato e condannato alla forca.
Ebbene secondo la tradizione popolare a un gendarme che, conducendolo al luogo di esecuzione, l'aveva fatto passare sotto le finestre di casa sua, esortandolo a rivelare i nomi di altri rivoluzionari in cambio del rilascio, avrebbe risposto: "Tiremm innanz!" ("Andiamo avanti!").



domenica 20 febbraio 2011

La moglie di Cesare deve non solo essere onesta, ma anche sembrare onesta.

E’ a tutti noto il detto:
La moglie di Cesare deve non solo essere onesta, ma anche sembrare onesta.
Dovrebbe non solo essere pura e fedele ma anche apparire impeccabile e seria a tutti coloro che la frequentano.
Quale è l’origine del  celebre modo di dire?
Ci viene tramandato da Plutarco, che,nel decimo capitolo della Vita di Giulio Cesare, ci dice che in occasione di una festa dedicata alla dea Bona, cui potevano partecipare soltanto le donne, Pompea, moglie di Cesare, accolse nella sua abitazione, un suo spasimante, Publio Clodio, travestito da suonatrice.
L’inganno  tuttavia venne scoperto e Clodio  fu scacciato via ei trascinato in tribunale.
Cesare, fu citato come testimone. Alla domanda del pubblico ministero, rispose che non conosceva personalmente Clodio e che non sapeva nulla delle sue malefatte. Il magistrato non sembrò’ convinto di quella risposta e pregò il dittatore di essere più’chiaro.
Al che, l’illustre testimone rispose che la moglie di Cesare doveva essere al di sopra di ogni sospetto.
Insomma l’apparenza prima di tutto.
E’ giusto domandarsi  se nell’esercizio di un mandato pubblico oltre la legge debba esservi anche un codice deontologico che sanzioni quei comportamenti inopportuni anche se non penalmente rilevanti.
Certo se la moglie di Cesare apparisse solamente onesta, sarebbe ancor più grave  e  sarebbe ben accolta soltanto nelle società” puritane”.
Mai come in questi tempi sembra calzante questo celebre  modo di dire.

giovedì 3 febbraio 2011

Panem et circenses

E’ un modo dire assai efficace che tradotto dal latino Pane e giuochi (del circo).
E’ un’espressione che si ripete nel corso dei secoli e sta ad indicare che un sistema politico, qualunque esso sia, distribuisce pane e regali a tutto il popolo per guadagnarsi il suo favore.
Nel caso specifico di Roma antica, questo modo di dire introdotto da Giovenale si riferisce ai ludi di vario genere nel Circo Massimo e successivamente al Colosseo concessi al Popolo a cui è anche distribuito pane a volontà.
Per estensione, la locuzione, invero già applicata nella Repubblica romana, è stata successivamente usata, soprattutto in funzione critica, per definire l'azione politica di singoli o gruppi di potere volta ad attrarre e mantenere il consenso popolare mediante l'organizzazione di attività ludiche collettive, o ancor più specificatamente a distogliere l'attenzione dei cittadini dalla vita politica in modo da lasciarla solo alle élite.Con intenzione simile, si è usata l'espressione Feste,farina e forca per definire la vita nella Napoli del periodo borbonico, in cui all'uso di feste pubbliche e di distribuzioni di pane si accompagnava la pratica di numerose impiccagioni pubbliche come dimostrazione della capacità del potere politico di assicurare il mantenimento della legalità.In sintesi  “panem et circenses” ha senza dubbio una connotazione negativa e degradata della vita politica di un Paese.

martedì 1 febbraio 2011

Se non è zuppa è pan bagnato

E’ molto frequente nel linguaggio corrente questo modo di dire che non sempre è usato tuttavia  in un modo corretto.
Andiamo alle origini etimologiche
Zuppa deriva dal gotico “suppa” (da cui la voce tedesca suppe, quella francese soupe e quella inglese soup) che significa esattamente “fetta di pane bagnata”. Ecco che quindi il detto assume  un senso preciso ed indica due modi diversi di chiamare la stessa (povera) pietanza. Con il tempo poi il significato gastronomico di “suppa” è cambiato, in quanto la zuppa è diventata qualcosa di più ricco ed elaborato, fatta con brodo, verdure, odori .
 Non si cita questo proverbio tuttavia per parlare di cucina.
Il proverbio “se non è zuppa è pan bagnato” viene  riferito a un fatto o una dichiarazione che, anche se chiamata o presentata in modo diverso, è sostanzialmente la medesima. E’ tutto sommato un modo di dire accattivante e convincente, meno diretto e, quindi, meno verace. Insomma può essere considerata anche una presa in giro.
Quando si parla ad esempio di riduzione dell’organico per mascherare un licenziamento
Oppure quando si dice escort per non dire prostituta.
Anche non c’è una vera crisi, ma i prezzi sono più alti.
Sono tutte espressioni  esemplificative edulcorate tendenti ad esprimere lo stesso concetto.
Cioè se non è zuppa è pan bagnato.

sabato 29 gennaio 2011

Avere talento!

Il talento è l’inclinazione naturale di una persona a far bene una certa attività.
Qual è l’origine? Deriva  senza dubbio come termine dal greco talenton che significa bilancia; in seguito in periodo romano venne a significare metallo per coniare monete d’oro e d’argento.
Fu tuttavia con la diffusione della parabola dei talenti narrata nel Vangelo di Marco nella quale un padrone  dà ai suoi  servi dei talenti per farli fruttare, che la parola passò ad indicare un dono di Dio da mettere a frutto, cioè il proprio talento.
Molti scrittori e sociologi hanno scritto sul talento umano-
Ho letto alcuni aforismi e tra questi mi piace ricordare l’efficace espressione di Wolfgang Goethe:
                  Il talento si forma nella quieta, il carattere nel fiume della vita.



venerdì 28 gennaio 2011

Abbaiare alla luna!

La lingua italiana, al pari delle altre lingue, è ricca di frasi idiomatiche, cioè peculiari della lingua di riferimento la cui traduzione letterale in altre lingue non ha senso logico e che richiede, per essere compresa, una traduzione logica.
Un modo di dire frequente è  abbaiare alla luna.
L’origine è collegata al fatto  che secondo una vecchia credenza popolare  i cani sono disturbati dalla luce della luna, e pertanto cercano di scacciarla abbaiandole contro.
Perciò nell’uso corrente questo modo di dire significa lamentarsi o agitarsi inutilmente con chi non c’entra oppure sfogarsi contro qualcuno che non si cura di reagire
Questa frase idiomatica ha ispirato pittori e poeti e tra questi eccelle Mirò il pittore surrealista che dipinse il famoso quadro sul cane che abbaia alla luna qui riportato.




martedì 25 gennaio 2011

Paga pantalone

E’ ormai tempo di Carnevale ed appare opportuno riportare  modi   di dire che traggono origine e significato dalle vicende narrate nella Commedia dell’arte veneziana.
Molto noto è il detto tanto paga pantalone, ahimè frequente ai giorni d’oggi ove  sono diffusi abusi e sperperi di ogni genere.
Pantalone nasce a Venezia intorno alla metà del '500,e rappresenta il tipico mercante vecchio, avaro e lussurioso.
E’ un ricco mercante che in passato ha accumulato una fortuna con traffici e commerci d’ogni genere.E' avaro e diffida di tutto, si perde in chiacchiere inutili e banali, ma è galante e gentile solo con le donne con cui si comporta come un vero dongiovanni, anche se non ha più l’età. Spesso per queste sue smanie da strapazzo si invischia in pasticci d’ogni genere da cui ne esce a fatica allentando i cordoni della borsa. Personaggi del genere purtroppo non sono rari.
E’ un modo di dire che si usa pertanto per deprecare, ma con una certa fatalistica rassegnazione, gli sperperi del pubblico denaro da parte dello Stato e delle sue Amministrazioni.




lunedì 24 gennaio 2011

La vittoria di Pirro

Avere una vittoria di Pirro significa avere conseguito un falso successo.
Vediamone il perché.
L’espressione fa riferimento alla battaglia di Ascoli Satriano combattuta nel 279 a.C nell’ambito del conflitto romano tarantino per il controllo della Magna Grecia e si riferisce in particolare  a re Pirro dell'Epiro, che sconfisse i Romani  a Heraclea e Ascoli Satriano rispettivamente nel 280a.C e nel 279.C, ma sostenendo perdite così alte da essere in ultima analisi incolmabili, e condannando il proprio esercito a perdere la guerra.
Parlano diffusamente Plutarco e lo storico ed apologeta romano Paolo Orosio di questo evento che indica come vittoria di Pirro una battaglia vinta ad un prezzo troppo alto per il vincitore.
Anche se è di norma associata a una battaglia militare, il termine è per analogia traslato negli affari, nella politica, nella giurisprudenza o nello sport per descrivere una lotta dove il vincitore ne esca sostanzialmente male.