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giovedì 9 giugno 2011

Leges bonae ex malis moribus procreantur cioè le buone leggi nascono dai cattivi comportamenti.

 E’ sempre istruttivo ricordare i modi di dire del passato ed in particolare quelli dell’antica Roma sempre alla base dei nostri costumi e delle nostre leggi.
Volgiamo l’attenzione al celebre detto:

Leges bonae ex malis moribus procreantur
cioè le buone leggi nascono dai cattivi comportamenti.
Ad esempio fino a poco tempo fa si poteva tranquillamente fumare ovunque, spesso in presenza di bambini, o in generale persone che di certo non volevano saperne di fumo; ora grazie alla nuova legge ciò non più possibile. Ecco dunque come nasce una legge buona (o ottima) da un cattivo comportamento.
Ed ancora gli automobilisti si comportano male sulle strade e spesso superano i limiti di velocità, con grave nocumento per tutti i cittadini.
Da questo cattivo comportamento nasce dunque l’esigenza di un codice della strada che regolamenti la circolazione degli autoveicoli.
Questa celebre citazione è attribuita a Ambrogio Teodosio Macrobio ( V secolo d.C) filosofo, scrittore , nonché studioso di astronomia e sostenitore della teoria geocentrica (tratto a lato in una raffigurazione medievale
Per curiosità Macrobio è anche il nome di un cratere lunare intitolato appunto al filosofo latino Ambrogio Teodosio Macrobio,probabilmente in ossequio alle sue conoscenze di astronomia.

giovedì 5 maggio 2011

Luoghi comuni

Il grandissimo Galileo Galilei  ebbe a dire in una delle sue opere

Infinita è la turba degli sciocchi, cioè di quelli che non sanno nulla, assai sono quelli che sanno pochissimo di filosofia, pochi sono quelli che   ne sanno qualche piccola cosetta, uno solo Dio è quello che sa tutto

Questa citazione di Galileo Galilei la dice lunga sul credo di Galilei e ciò avvalora la tesi che il  discusso rapporto tra lo scienziato  la Chiesa fu probabilmente frutto di una grande incomprensione,

Ed ancora Galileo disse “la Bibbia insegna come andare in cielo, non come va il cielo”» 
Emerge chiaramente come non vi fosse un rapporto antitetico tra Galileo e la fede.

Ogni tanto quindi  vale la pena di andare  di approfondire cosa abbiano detto grandi filosofi e scienziati del passato  in temi delicatissimi ed oggetto di dissertazioni infinite come quelli relativi ai rapporti tra scienza e fede  

Questo è un classico caso che dimostra  quindi come molte volte si valutino le cose secondo luoghi comuni   non rispondedenti ad alcuna.

mercoledì 9 marzo 2011

Fare scendere il latte alle ginocchia

Questa espressione è molto diffusa nella lingua italiana ed evidenzia come una  persona stia terribilmente annoiando con i suoi discorsi scicchi e inutili.È un'espressione per così dire "tradizionale" di cui non sono chiare le origini di questo divertente modo di dire, Alcuni sostengono che l’espressione si riferisca al latino lactes, termine col quale erano chiamati i visceri (forse per la colorazione lattea che alcuni di essi possono avere); in senso figurato, si possono immaginare i visceri che si srotolano fino alle ginocchia a causa della noia.Un’altra ipotesi è che l'espressione "far calare il latte alle ginocchia",si riferisca proprio alle donne che allattano. L’espressione “calare il latte si userebbe per designare un'improvvisa diminuzione della produzione, a volte dovuta ad una brutta emozione o a un trauma. Da "calare" nel senso di "diminuire" si è forse passati a "calare" nel senso di far scendere verso il basso e dunque, scherzando, dal petto alle ginocchia.

lunedì 7 marzo 2011

Si vis pacem, para bellum

 E’ una celebre citazione ricavata dalla frase: Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum,  che significa letteralmente "Chi aspira alla pace, prepari la guerra". Questa espressione latina significa "Se vuoi la pace, prepara la guerra",
E’ un concetto espresso da più autori non solo da Cornelio Nepote ma anche da Cicerone che scrisse Si pace frui volumus, bellum gerendum est (7^ Filippica), letteralmente Se vogliamo godere della pace, bisogna fare la guerra, che fu una delle frasi che costarono la vita al grande Arpinate nel conflitto con Marco Antonio.
E’ sovente usato anche nel linguaggio corrente e sta a porre in evidenza che per far desistere qualcuno dal muoverti guerra devi dotarti di un apparato militare uguale o superiore a quello del tuo avversario.
E’ l’affermazione della deterrenza militare secondo cui  la pace e la stabilita' si ottengono solo se c'e' equilibrio militare tra gli avversari (si pensi alla corsa agli armamenti di USA e URSS durante la guerra fredda).

mercoledì 16 febbraio 2011

Cicero pro domo sua

Vi sono frasi celebri tramandate dall’antica Roma che saranno sempre usate in tutte le lingue nel mondo intero.
Si tratta della famosa locuzione Cicero pro domo sua (tradotta letteralmente significa Cicerone a favore della sua casa)  che deriva dal titolo di un'orazione tenuta da Marco Tullio Cicerone contro Publio Clodio Pulcro.
In questa arringa, De domo sua ad pontifices ("Sulla propria casa, al collegio pontificale" 57 a.C), Cicerone chiede di riavere l'area e i fondi per ricostruire la sua casa, confiscatagli durante l'esilio e con una parte delle proprietà del Palatino consacrata alla dea Libertas; egli dichiara questa consacrazione invalida per ottenerne la restituzione.
La locuzione per estensione viene citata all'indirizzo di chi difende con fervore una causa propria, o di chi si esalta nel far valere le proprie ragioni.
La citazione tuttavia  assume oggi anche una valenza negativa e per questa ragione Cicero pro domo sua si dice rivolti a una persona, in preferenza con cariche o funzioni pubbliche, che nella sua posizione di potere si preoccupa eccessivamente di perorare proprie cause per il proprio vantaggio personale.


venerdì 21 gennaio 2011

Omne trinum est perfectum



E’ una citazione antica ed alla lettera significa che ogni triade è perfetta.
Non solo gli antichi vedevano nel numero tre la perfezione..
Il cristianesimo adora la trinità  nelle persone del Padre, del figlio e dello Spirito Santo di cui nell’illustrazione una mirabile quadro del Masaccio.
Ed ancora il bramanesimo venera la Trimurti (Brahma, Visnù e Shiva rappresentanti il principio (creativo, conservativo e distruttivo).
 Infatti Dante ad esempio sul numero tre  e sui suoi multipli costruì l’impianto della Commedia
Sono tre le Parche, tre le Furie e tre le Grazie.
Ed ancora tre le caravelle di Colombo.
Il numero tre inoltre ha una forte connotazione giuridica: infatti il Digesto , cioè il compendio delle opere dei giuristi romani prescrive un minimo di tre persone per formare una società giuridicamente costituita.
Non dimentichiamoci tuttavia che il numero tre può avere un’accezione negativa: quando si dice ad esempio che una personaè tre volte buono può anche significare che è un citrullo.
Basti pensare  alle cantiche che sono tre , ciascuna di 33 canti (99 più uno di introduzione) ed i versi raggruppati in terzine.
Tre sono le fiere della selva oscura e tre le donne del cielo: la Vergine, Lucia e Beatrice.
Nove sono i cerchi dell’inferno; nove sono i cieli e nove i cori angelici.

lunedì 17 gennaio 2011

Ci vediamo a Filippi!

E’ una celebre espressione di cui è opportuno richiamare alla memoria l’origine e le sue radici che affondano nella storia romana.
Dopo l’assassinio di Caio Giulio Cesare, i congiurati guidati da Bruto e Cassio, giunsero allo scontro finale con le legioni guidate dai triumviri Antonio, Lepido e Ottaviano (il futuro imperatore Augusto). La battaglia si svolse appunti a Filippi, città macedone, nel 42 a.C. e terminò con la vittoria dei triumviri e con il suicidio di Bruto e di Cassio.
Ebbene in un passo di Plutarco - poi ripreso da Shakespeare nel suo Julius Caesar - Bruto di cui si ritrae un suo disegno riceve in sogno la visita di un fantasma (probabilmente Cesare) che rivolto a lui pronuncia la celebre frase Ci vedremo a Filippi.
La Storia ci dice che proprio nella battaglia di Filippi il Cesaricida morirà per mano di Antonio: questa espressione viene quindi usata per intimare, spavaldamente, a un avversario la certezza della propria vittoria o per annunciare un futuro regola di conti.
E’ indubbiamente un’espressione ricorrente e di effetto nel contesto di un discorso tra due interlocutori.

venerdì 14 gennaio 2011

Hic sunt leones!

E’  proprio curiosa questa locuzione!
 Alla lettera significa : qui ci sono i leoni ed è , ricorrente nella storiografia e nella pubblicistica. Infatti sembra fosse frequente nelle rudimentali carte geografiche dei secoli passati.
Nell’antichità  infatti non vi erano gli strumenti scientifici di cui disponiamo oggi per tracciare le mappe del pianeta. Per questo motivo nelle carte rappresentanti luoghi incerti o meglio ignoti  come l’Africa di cui ad esempio si conoscevano soltanto le coste, i cartografi , scrivevano la sbrigativa frase Hic sunt leones
Questa frase, anche se  sono scarse le prove storiche, sarebbe in particolare comparsa su carte geografiche dell'antica Roma e di età successiva in corrispondenza delle zone inesplorate dell'Africa e dell'Asia. La frase stava ad indicare che non si sapeva cosa si trovasse in quelle lande sconosciute, a parte il fatto che fossero abitate da belve (alle quali occorreva prestare attenzione).
La frase oggi viene utilizzata per indicare una situazione o condizione per cui è necessario prestare particolare attenzione o portare rispetto ad un certo gruppo di persone.
Con questa frase si può anche indicare un argomento del tutto sconosciuto.

mercoledì 27 ottobre 2010

Aspettando Godot

Nella cultura popolare Aspettando Godot è  sinonimo di una situazione spesso esistenziale in cui si aspetta un avvenimento che dà l'apparenza di essere imminente, ma che nella realtà non accade mai e che di solito chi l'attende non fa nulla affinché questo si realizzi (come i due barboni che si limitano ad aspettare sulla panchina invecedi avviarsi incontro a Godot).
Trae origine dalla tragicommedia Aspettando Godot (“Waiting for Godot") , costruita intorno alla condizione esistenziale del periodo successivo alla seconda guerra mondiale, in un’epoca post atomica.
E’ la più famosa opera teatrale di Samuel Beckett; appartiene al genere teatro dell’assurdo, un genere di teatro - che ha come protagonisti oltre a Beckett, Ionesco, Adamov- dominato dalla credenza che la vita dell'uomo sia apparentemente senza senso e senza scopo, e dove l'incomunicabilità e la crisi di identità si rivelano nelle relazioni fra gli esseri umani.
E’ una citazione molto frequente soprattutto da persone colte o piuttosto che si ritengono tali.

venerdì 15 ottobre 2010

Gutta cavat lapidem

Questa espressione latina tradotta letteralmente, significa la goccia perfora la pietra.
Dal punto di vista storico, va rilevato che era già una citazione degli autori classici latini come Lucrezio, Ovidio e Tibullo e Seneca
In epoca successiva anche Galeno, il grande naturalista diceva che” Con la costanza un gocciolio d'acqua perfora anche una rupe”.
Ha un significato pedagogico  in quanto il dire chela goccia  scava nella roccia, non con la forza, ma goccia a goccia, significa porre in evidenza che grazie al tempo e allla pazienza si raggiungonoa sicuri risultati.
Troppe volte abbiamo invece la tendenza a voler vivere tutto e subito, senza avere la giusta tenacia per raggiungere un obiettivo che, se non riusciamo ad ottenerlo subito, ci sembra tanto difficile ed irraggiungibile da rinunciare. Invece il segreto è quello di avere sempre  pazienza, al pari della goccia d'acqua che pian pianino cade sul sasso lisciandolo e scavandolo.
Famose maestre di perseveranza sono le formiche ed a tale proposito si narra che Tamerlano, il crudele sovrano turco  dell’Asia centrale del secolo XIV, dopo aver tentato invano dieci assakti all’assediata ed imprendibile città di Baalbeck,si ritirasse scoraggiato nei suoi accampamenti.Non voleva più combattere, ma la sera osservò una formica  che si accaniva a trascinare un chicco di frumento verso il suo nido.
Dieci volte fallì e l’undicesima vi riuscì. Allora Tamerlano ritornò sui suoi passi ed espugnò Baalbeck

martedì 12 ottobre 2010

Do ut des

Tradotto dal latino: Io dò affinchè tu dia E' un detto che ha acquisito un senso fortemente dispregiativo ed è  equivalente a una mano lava l'altra e due lavano il viso.
Sono atti isolati di egoismo che visti tuttavia in un'accezione più generale denotano il fatto che la società si regge  su una rete di scambi che fatti alla luce del sole fanno parte della solidarietà  Se sono orditi sotto banco si chiamano invece complicità
Non è un caso ad esempio che la banca del tempo si regga prroprio su questo principio che alla radice di uno scambio alla pari senza passaggio di moneta.
Una notazione giuridica: il Do ut des fa parte dei contratti innominati od atipici già previsti dal diritto romano e contemplati dal codice civile italiano
Rendono bene l’idea gli schemi proposti al riguardo nel Digesto dal giurista Paolo che li suddivide in quattro tipi: do ut des, do ut facias, facio ut des, facio ut facias.
Ancora una volta ci troviamo di fronte a detti che assumano connotazioni diverse a seconda del contesto in cui vengono inseriti.

sabato 18 settembre 2010

Nemo propheta in patria

E' una locuzione in lingua latina che significa: "Nessuno è profeta in patria  L'espressione vuole indicare la difficoltà delle persone di emergere in ambienti a loro familiari; in ambienti estranei viene generalmente assunto che sia più facile far valere le proprie capacità e qualità.
E’ un’espessione tratta a dai Vangeli: tutti e quattro riportano, direttamente o indirettamente, questa frase di Gesù Cristo (traduzione CEI): nell’occasione della visita alla città di Nazareth dove partecipa alla liturgia della sinagoga ed applica a sè

  • Matteo: E si scandalizzavano per causa sua. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua».
  • Marco: Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».
  • Luca : Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria».
  • Giovanni : Ma Gesù stesso aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella sua patria.
Il contesto dell'affermazione è nei sinottici la visita di Gesù alla sua città di Nazaret, dove partecipa alla liturgia della sinagoga e applica a sé laprofezia di Isaia riguardante il dono dello Spirito Santo al Messia del Signore.
La reazione dei nazareni è di rifiuto, e lì Gesù pronuncia la frase in questione.
Invece in Giovanni l'affermazione appare nel contesto generico di un ritorno a Nazaret di Gesù dopo una festa di Gerusalemme.

Ancor oggi simile espressione viene usata da coloro che vedono il proprio operato non apprezzato da chi sta più vicino: famigliari, colleghi, amici...
Essendo il successo, la fama, come qualcosa fuori dell’ordinario, stentiamo ad attribuire queste doti ad una persona che vive la nostra stessa vita ordinaria. Le attribuiamo più facilmente a chi non conosciamo affatto e viene da lontano.
Molte sono le motivazioni , ascrivibili anche a sensi di invidia che molte volte si nutrono nei cofronti delle persone che si conoscono.

domenica 12 settembre 2010

Pecunia non olet

E’ difficile trovare qualcuno che non abbia utilizzato  i servizi igienici pubblici per esigenze fisiologiche.

Ebbene questi ambienti oggi chiamati Toilettes un tempo erano denominati "Vespasiani", a ricordo del fatto che l’imperatore Vespasiano (9dc -79dc) avesse elevatouna tassa sul loro utilizzo da parte dei cittadini.

In tale contesto sembra sia nata la citazione Pecunia non olet che tradotta significa il denaro non puzza.

La leggenda vuole appunto che questa frase fosse attribuita a Vespasiano a cui il figlio Tito aveva rimproverato appunto la famigerata tassa sui servizi pubblici

Ma perché una tassa? All’epoca le urine servivano per estrarre l’ammoniaca usata per la concia delle pelli.

Si narra che Tito tirasse alcune monete in uno dei bagni proprio in segno di sfida al padre che le raccolse e portandole vicino al naso pronunciò le fatidiche parole

E’ una citazione che si è tramandata nei secoli ed è usata ironicamente per porre in evidenza che, qualunque sia la sua provenienza, il denaro è sempre denaro.

venerdì 10 settembre 2010

Ubi maior minor cessat

Il celebre detto ubi maior minor cessat sembra buffo ed appartenente al linguaggio dell’Azzecca garbugli di manzoniana memoria.
Basti pensare peraltro al verbo latino cessat (terza persona del verbo della prima coniugazione cesso-cessas-cessavi-cessatum-cessare) che per un profano del latino potrebbe indurre ad altri significati.
Eppure è un detto famoso e di grande valenza anche dal punto di vista sociale.
Tradotto letteralmente, significa «dove vi è il maggiore, il minore decade». Cioè: «in presenza di quel che possiede più valore e importanza, quel che ne tiene meno perde la propria rilevanza».
Un conflitto di qualunque natura si risolve nell’affermmazione secondo cui l’ inferiore perde le proprie prerogative a favore di quella superiore
Nel diritto, grande riscontro si ha nel caso in cui si verifichi ad esempio un conflitto tra una norma comunale e una legge statale: allora la normativa di rango minor (quella comunale) cessat (decade, soccombe, non ha più valore) di fronte alla maior (quella statale).
Oggi la locuzione può possedere in certi casi connotazioni di tipo politico, etico o ideologico, quando viene usata per sancire un giudizio o per impostare gerarchie di valore,oppure può prevalere anche la connotazione di tipo ironico.
Nel linguaggio comune questa espressione latina viene spesso utilizzata dunque con ampie variazioni di significato. Nella maggior parte dei casi serve a indicare come, in un rapporto di forza, il più debole (in termini fisici, ma anche sportivi, intellettuali, economici, di status o comunque di potere) debba cedere di fronte al più forte.Per estensione, viene anche impiegata per giustificare la scelta di un'esigenza (o anche di un bene) maggiore rispetto a una minore. .
La sentenza di matrice latina assume anche un significato di fatalità.
Può essere usata quando si presenta una questione urgente e quella meno importante, per forza di cose, passa in secondo ordine.

sabato 4 settembre 2010

Dura Lex sed Lex

Non è casuale che la prima citazione riportata su questo blog sia

Dura Lex sed Lex
La citazione tradotta in italiano dal latino “dura legge, ma legge” fa minore effetto ed è senza dubbio non altisonante.
E’ comunque una frase celebre di grande civiltà che è alla base del sano vivere in comune.
Senza il rispetto delle leggi, senza riconoscere infatti che la legge, anche se dura, è sempre legge,l’essere umano cade inevitabilmente nell’anarchia, nell’ affermazione sconsiderata da parte di chi vuole prevalere a tutti i costi, calpestando gli altri e le cose altrui.
Certo vi sono situazioni diverse, a seconda se si viva in un paese democratico, oppure in uno Stato totalitario o peggio ancora con apparenza democratica, ma di fatto autoritario.
Allora in quel caso è difficile rispettare leggi inique e può prendere piede anche la disobbedienza civile.